Occhi chiusi
5 apr
Da poco tempo a questa parte, più o meno da due settimane, sto rimettendo in discussione me stesso partendo dal di dentro. Non mi interessa rimodellarmi fuori, l’unico modo per fermare il tempo è togliere le pile dall’orologio, con buona pace del botox e della chirurgia plastica.
Ciò che ha scatenato questa profonda e insistente presa di (in)coscienza è la lettura di un libro di cui vi parlerò nel prossimo post, appena avrò finito di leggerlo. Alcuni di voi sanno già di cosa sto parlando perché non ne ho fatto mistero con nessuno e anzi ho consigliato questo romanzo a chiunque avesse voglia di rivoltarsi come un calzino.
Posso solo dirvi che è il libro che cercavo da 37 anni. Certe letture, se non fine a se stesse, hanno il potere di disvelare verità che tenevamo ben nascoste e che invece tornano prepotentemente a imporsi di fronte ai nostri occhi accecati dalle luci psichedeliche dell’esistenza e delle sue romantiche diramazioni.
Non è, questa, una buona occasione per aprire gli occhi, anche perché “aprire gli occhi” significa aprirli sull’esistenza e quindi meglio tenerli ben chiusi possibilmente finché morte non sopraggiunga. Sai quanti cazzi in meno.
Tanto qui è tutto un ricacciare cose stradette e strasentite e non se ne può più di tutti questi scrittori che invece di narrare dovrebbero tacere partecipando contriti al funerale dell’esistenza e della letteratura, droga da sempre sottovalutata.
Scriverò anch’io? Può darsi. Ma lo farò per soldi e perché l’ho promesso a mia figlia. E magari con le stesse pagine del mio libro mi ci pulirò il culo. Amen.
Da poco tempo a questa parte, più o meno da due settimane, sto rimettendo in discussione me stesso partendo dal di dentro. Non mi interessa rimodellarmi fuori, l’unico modo per fermare il tempo è togliere le pile dall’orologio, con buona pace del botox e della chirurgia plastica.
Ciò che ha scatenato questa profonda e insistente presa di (in)coscienza è la lettura di un libro di cui vi parlerò nel prossimo post, appena avrò finito di leggerlo. Alcuni di voi sanno già di cosa sto parlando perché non ne ho fatto mistero con nessuno e anzi ho consigliato questo romanzo a chiunque avesse voglia di rivoltarsi come un calzino.
Posso solo dirvi che è il libro che cercavo da 37 anni. Certe letture, se non fine a se stesse, hanno il potere di disvelare verità che tenevamo ben nascoste e che invece tornano prepotentemente a imporsi di fronte ai nostri occhi accecati dalle luci psichedeliche dell’esistenza e delle sue romantiche diramazioni.
Non è, questa, una buona occasione per aprire gli occhi, anche perché “aprire gli occhi” significa aprirli sull’esistenza e quindi meglio tenerli ben chiusi possibilmente finché morte non sopraggiunga. Sai quanti cazzi in meno.
Tanto qui è tutto un ricicciare cose stradette e strasentite e non se ne può più di tutti questi scrittori che invece di narrare dovrebbero tacere partecipando contriti al funerale dell’esistenza e della letteratura, droga da sempre sottovalutata.
Scriverò anch’io? Può darsi. Ma lo farò per soldi e perché l’ho promesso a mia figlia. E magari con le stesse pagine del mio libro mi ci pulirò il culo. Amen.
La lentezza molesta dei pedoni sulle strisce zebrate
21 gen
E poi ci sono quelle persone che attraversano le strisce pedonali con una flemma e una indifferenza tali, che quasi vorresti scendere dalla macchina per prenderle a calci nel culo. Perché loro non si limitano a procedere a passo di formica, no, loro fanno di più, loro guardano il cielo, poi una casa o un gatto o un foglio di carta che il vento trascina via. Ma solo a metà dell’attraversamento si ricordano di te, potenziale omicida a bordo di una piccola utilitaria, e ti guardano con aria di sfida, perché non pensarci nemmeno che accelereranno il passo, no, scordatelo pure, loro non hanno fretta, capito? E non gliene importa nulla se stai per avere un travaso di bile o un infarto o una gastroenterite cronica a somatizzare un odio ancestrale verso la lentezza molesta e criminale di chi pensa solo ai cazzi suoi. Allora vale proprio la pena di investirli con sommo gaudio e letizia, per poi fare macchina indietro e ripassargli sopra con maggiore soddisfazione, poi ancora avanti, indietro, avanti, indietro, avanti, indietro, avanti, indietro, avanti, indietro, avanti e indietro fino a quando non senti dentro di te una pace oltremondana, una serenità ascetica, un ritorno alle orgini uterine, al silenzio del nulla.
Sono ingenuo, quindi scrivo
11 gen
E’ che provi a leggere Gadda e ti viene voglia di appendere la penna al chiodo. Non pago, scorri anche il suo curriculum, e la penna non può che nebulizzarsi. Questo è quanto accade ogniqualvolta ci si imbatte in mostri sacri della letteratura universale. Quindi, ancora oggi, mi domando come ci si possa cimentare nella scrittura di un romanzo o anche solo di un ricettario senza aver letto e compreso o almeno frainteso opere letterarie imprescindibili.
Perché anche la banalità necessita di essere rappresentata con un certo spessore letterario, e non è di sicuro alla portata di tutti. Altrimenti si pecca di superficialità spacciata per buoni sentimenti. Infatti, non di rado accade che quando la critica più o meno accreditata rimproveri a “uno che scrive” di non essere uno scrittore, facendogli così intendere che sarebbe quanto meno opportuno investire il proprio presunto talento nella lettura dei tarocchi, questi si schermisce dietro un velo di melliflua ingenuità (l’ingenuità si perdona a prescindere), avanzando motivazioni del tipo “Ma io non ho alcuna pretesa, amo la semplicità e scrivo ciò che sento”. Successo garantito.
Nostalgia di un manrovescio
14 dic
Hm…, mi verrebbe da dire. E’ così che in questi giorni rispondo a chiunque mi chieda “Come stai?”. Ma poi, perché chiederselo? A cosa serve? Stiamo come stiamo, ognuno ha i suoi inciampi ed è bene non reificarli ogni santissima volta. Sarà anche una forma di cortesia, un automatismo incontrollabile, ma diamoci un taglio. Chiedetemi piuttosto come non sto.
Mancano appena 11 giorni al Natale. Sono indeciso se buttarla sull’autoironia isterica con tanto di trucco e parrucco oppure se lasciar trapelare ogni minima vibrazione dell’anima. Nell’attesa, beccativi questo brevissimo post.
Anna è tornata a casa sua, siamo rimasti io e Sarina, soli soletti a farci compagnia. L’accappatoio di mamma è ancora al suo posto, lo usa Saponetta quando la domenica mattina, alla 6 e 30 in punto, decide di volersi fare la doccia. E io lì a fare la guardia, con immenso piacere, ovviamente.
Vivere questa circostanza non è affatto una passeggiata. Mi dispiace per quanti amano il Natale, ma vorrei che passasse in fretta.
Non è Natale se non c’è anche Lei. Non che facessimo grandi cose insieme, ma Lei c’era, sapevo dove trovarla nel caso in cui ne avessi avuto bisogno, anche solo per farle gli auguri. Era un link nella mia mente da cliccare in caso di necessità, e subito Lei appariva fisicamente o ero io a raggiungerla al telefono. C’era.
Ecco, ciò che ricordo con vividezza è la sua voce in tutte le sue varianti. Quand’ero piccolo la temevo, e ogni tanto mi dava qualche bella spazzolata tanto per ripristinare le gerarchie domestiche. Ricordo che in terza elementare mi assestò accidentalmente un manrovescio proprio sull’occhio, colpendomi con l’anello che aveva all’anulare. Cominciai a piangere disperato. Lei stette male non so quanti giorni a causa dei sensi di colpa. Non di rado, negli ultimi anni, raccontava questo aneddoto facendo proprio riferimento alla pena che aveva provato per quel ceffone malriuscito, e poi tutti a ridere.
Paradossalmente, mi mancano anche quelle sberle. Non voglio rattristarvi, concludo qui. Un abbraccio.
Fermo
1 dic
Non mi bastano più, le parole.
I fatti sono nulla accanto alle piene dei miei sensi traboccanti.
Ti incarno: osso dentro osso, pelle nella pelle, bulbo nel bulbo.
Implodo di tenere carezze di sale e sudore e cispo negli occhi appena schiusi.
Non indosso più il pigiama per dormire.
È qui che mi sono fermato.
Banal prosa di un addio
3 nov
La ricreazione finisce qui. La cronaca della mia vita, su questo blog, si è fermata al 9 luglio, tranne una breve riflessione dell’otto ottobre in cui descrivevo, a modo mio, la percezione del dolore causato dalla perdita di una persona cara, molto cara, carissima.
Mia madre è morta alle tredici e venti di domenica 24 luglio 2011: fuori pioveva. Se ne andata così. Così come se ne vanno tutti quelli a cui attribuisci una sorta di immortalità in virtù dell’amore che a loro ti lega. Sapete, no? Più li vivi e più sei certo che nessuno potrà mai portarteli via. Finché non accade quel che prima o poi deve succedere a ognuno di noi.
Da alcuni anni non andavamo d’accordo. O meglio, ero io a non andare d’accordo con lei. La ritenevo egoista e incapace di mostrasi accorta, attenta, interessata alla mia vita e ai miei problemi, al mio futuro e a mia figlia. Ritenevo tutto questo. E ho commesso l’errore più grande della mia vita. Non posso e non voglio perdonarmelo, almeno fino a quando non avrò dimostrato a me stesso di essere il figlio che lei sperava io fossi un giorno.
Perché le cose, molte cose, vieni a saperlo dopo, quando è ormai troppo tardi. Ed è troppo tardi per dirle “Mamma, io ti amo” o “Mamma, grazie per tutto quello che stai facendo, perdonami”, o ancora “Sei la migliore mamma di questo mondo”, banalità finché si vuole, ma essenziali per chi desidera sentirsele dire. E mia madre aveva bisogno di queste parole. Ne aveva immenso bisogno.
Ecco perché quel giorno, appena saputo che era stata ricoverata d’urgenza e che le restava poco da vivere, ho cominciato a correre in direzione dell’ospedale per dirle quello che non avevo mai pronunciato negli ultimi 27 anni. Dovevo dirglielo. Ma la notizia del ricovero era falsa. Mia sorella aveva voluto indorare la pillola di cianuro, dilatare al massimo i tempi con la speranza (quanto mai vana) di ridurre al minimo l’impatto emotivo di quella disgrazia. Dopo circa un’ora che ciondolavo sotto casa in preda a una rabbia cieca e alla disperazione più devastante che avessi mai provato in vita mia, mia sorella è crollata, non ce l’ha fatta più e ha pronunciato le seguenti testuali parole: “Mamma è morta. Sì, Albè, è morta mamma”. Così, né una parola di più né una di meno.
Quello che è accaduto dopo scelgo di tenerlo per me e per quelle poche persone che in quel giorno mi sono state vicine. Anche perché certi sentimenti, stati d’animo, emozioni, umori, sono inspiegabili. Li posso sentire e li sento tutti i giorni, ma non riesco a raccontarli.
Più passa il tempo e più mi accorgo della grandezza di mia madre, della sua forza, del suo coraggio, del suo eccessivo istinto protettivo nei miei confronti, tale da nascondermi perfino i risultati della tac al torace, che evidenziavano la presenza di svariate macchie scure ai polmoni, e altri esami clinici che le avevano tolto la serenità facendola sprofondare nel terrore assoluto, da sola, senza di me.
Eppure continuava a sorridere quando c’era Saponetta, era sempre la stessa. La andava a prendere a danza, la faceva mangiare qui, giocava con lei, tutto normale, “Tutto ok, nonnia!”. Si sentiva stanca, affaticata, ma oltre a questo, soprattutto in presenza di mia figlia, non lasciava trapelare nulla.
L’ultima settimana, forse temendo il peggio, aveva preferito restare a casa del compagno. L’ultima volta che l’ho sentita è stata il giorno prima del suo addio. “Ma’, come stai?”. “Eh, adesso faccio le analisi e poi incomincio la cura”. Ma la voce era strana, troppe pause, troppa insicurezza in quelle affermazioni. Eppure anche io ero rimasto in silenzio, forse non capendo o non volendo capire, non so dirvelo. “Ok, allora ci sentiamo domani. Ciao, Ma’”. “Ciao, ciao…”.
Oggi vorrei fare tante cose piccine piccine con lei: portala a mangiare una pizza, prendere un gelato, andare a camminare sul lungomare, raccontarle cosa accade dentro di me, raccogliere i suoi pensieri, i suoi sogni e soprattutto le sue paure. Ma, più di tutto, c’è una richiesta in me che non mi abbandona da quel 24 luglio: “Ma’, mi porti al mare? Eh? Ma’, mi ci porti?”. Continuavo a ripeterlo al funerale e continuo a ripetermelo tutti i giorni, a tutte le ore e non smetterò mai di farlo.
Cara mamma, me l’hai fatta proprio grossa, sai? Ma ti perdono. Ti perdono perché ho questo splendido fiore nella mia vita che è Maria Claudia, mia figlia, tua nipote, quella nipote che tu amavi alla follia e che quando te ne sei andata è riuscita solo a dire tra le lacrime nella sua infinita dolcezza e consapevolezza: “E adesso chi mi farà la doccia al mare? Con chi andrò al parco giochi? E i picnic?”.
Saponetta ogni tanto mi chiede se ci vedi e ci ascolti, e io le rispondo sempre di sì, ma non so se crederci o meno. In lei io vedo te, tu vivi in lei. Ed è con lei che io sarò forte e responsabile come lo sei stata tu con me. Fino all’ultimo giorno.
Ti Amo infinitamente, mia dolcissima mamma.
Per sempre tuo, Alberto.
Prospettiva emotiva
8 ott
E’ così che vedevo la mia vita, così come ognuno vedeva la propria: in prospettiva. Ogni corpo, oggetto o immagine che avevo difronte non era altro che una sua distorsione visiva nello spazio, una rappresentazione deformata della sua fisicità che si perdeva in un imbuto prospettico rovesciato. Ma il dolore, al contrario, aveva il suo punto di fuga principale giù in basso, così che ogni pensiero marcio amplificava la sua dimensione emotiva. E io morivo non una ma cento volte.
Il datore di lavoro che non vorresti mai incontrare
9 lug
Vorrei raccontarvi un incubo, invece mi tocca raccontare quello che è realmente accaduto, per quanto assurdo possa sembrare. Nell’attesa di decidere se buttarmi di pancia dal ciglio del marciapiede o impiccarmi alla maniglia della porta del bagno del grande puffo, vi renderò partecipi di una storia ai confini della realtà, e del buon senso.
Tempo fa lasciai un annuncio su una di quelle riviste per chi cerca occupazione nel quale mi proponevo per qualsiasi tipo di lavoro. Mercoledì scorso il cellulare squilla e, miracolosamente, ricevo una proposta come impiegato per una agenzia immobiliare. “Sarebbe disponibile per un colloquio?”. “Certo!”. “Bene, venga pure domani alle 17.30”.
Arrivo puntuale come la morte, un po’ in tensione, accaldato e, manco a dirlo, in ansia. Mi si palesa davanti un gentile signore sulla cinquantina, sguardo deciso, camicia azzurra azzimata, pantalone beige e giusto un velo di abbronzatura che si addice tanto a un vero manager. Rompe subito il ghiaccio con un “Dammi pure del tu”, mettendomi finalmente a mio agio, cosa di cui avevo imminente bisogno causa incipit di panico.
Da quanto dice mi sembra una persona volitiva e ricca di idee, progetti e prospettive future per la sua attività. Che bello, penso io, finalmente qualcuno che si spinge oltre temerario, impavido e alla faccia della crisi. Legge il mio curriculum, nota che so usare molto bene anche programmi di grafica e annuisce soddisfatto: “Bene, bene! Quello che ci voleva! Noi qui abbiamo bisogno di qualcuno che si occupi di comunicazione a 360 gradi, e poi mi piace molto come scrivi, sai? Ho letto il tuo blog, il tuo stile provocatorio mi affascina, sarai tu ad occuparti dei testi da inserire nelle nostre campagne di informazione. Vieni domani mattina che facciamo una prova”.
Sì, ok, bel discorso, ma che tipo di contratto mi fa? Glielo chiedo e lui risponde senza indugi: “Io non credo nei contratti a progetto, demotivano il personale, quindi ti assumerò con regolare contratto come da CCNL. Tu hai la 407/90 (legge sugli sgravi contributivi per i datori di lavoro ndr.)? Se sì, ti assumo a tempo indeterminato, altrimenti non preoccuparti, l’assunzione è comunque garantita”. Esco dall’ufficio che mi sembra di vivere un sogno. Non ci posso credere, finalmente un lavoro che mi piace e regolarmente contrattualizzato. E’ fatta.
Il giorno dopo, alle 8:45, sono già davanti all’ufficio. Alle 9:00 arriva il mio futuro collega con cui si crea subito una piacevole sintonia. Entriamo, facciamo 2 chiacchiere e verso le 9:30 si presenta anche il titolare. Entra e, rivolgendosi a me, esordisce con un: “Questa notte ho programmato tutto! Ho già pensato a quello che dovrai fare. Innanzitutto devi gestire i miei siti web, devi migliorarli graficamente e inserire nuovi testi. Poi, sto per aprire un blog e vorrei che fossi tu a scrivere i post, e che siano provocatori, mi raccomando, pungenti, insomma, che creino discussioni e curiosità negli utenti affinché tornino. Ok, mettiti subito al lavoro, il computer è di là, quella sarà la tua postazione. Ah, dimenticavo. Sto organizzando un evento molto importante e naturalmente sarai tu ad occuparti della grafica e di tutto il resto”. Bene, anzi benissimo, fichissimo!
C’è fermento nell’aria, si respira un’atmosfera di entusiasmo e le cose da fare sono tante. Ma in fondo è proprio questo il lavoro che ho sempre desiderato, e finalmente potrò dire alla mia Saponetta che il suo papà ce l’ha fatta.
Il mio futuro titolare ascolta attentamente i miei suggerimenti su grafica e testi, su come procedere riguardo al blog e alla promozione dello stesso, su quali temi fare leva per aumentare il numero di lettori, su come migliorare il logo dell’agenzia e le relativa immagine coordinata, sulla pianificazione dell’evento a cui tiene tanto, sul restyling dei suoi siti e chi più ne ha più ne metta. Lui sembra molto soddisfatto e si trova d’accordo con me su tutto, ma proprio tutto. Annuisce e ogni tanto interviene con un “Perfetto!”, “Bellissimo!”, “Ci siamo!”, “Proprio così!”. Sono contento, molto. Quattro ore passano velocemente e, prima di salutarci, dice: “Ti aspetto domani, mi raccomando!”.
Sono davvero soddisfatto, mi sento propositivo, ho voglia di fare, di creare, di realizzarmi, di impegnarmi, di dare il massimo, di fare pace con il mondo intero, di urlare di gioia, di comunicare alle persone cui voglio bene la bella notizia (cosa che ho fatto), di chiamare quell’amico con cui c’erano state delle incomprensioni per ricucire il nostro rapporto, di immaginarmi in un futuro più sereno per me e per mia figlia. Il sogno si sta realizzando, sta succedendo proprio a me, non posso crederci!
Infatti l’indomani, cioè oggi, mi presento in ufficio alle 8:50. Il mio collega non è ancora arrivato. Entro al bar di fronte a comprare una bottiglietta di acqua gassata. Esco e mi metto a sedere a un tavolo. Fumo una sigaretta e poi chiamo mia figlia perché voglio farle sentire quanto sono contento e dirle che sto lavorando. Anche lei è felice per me e mi augura un “Buon lavoro, babbo!”.
Finita la telefonata, proprio mentre sto tirando l’ultima boccata di fumo, mi arriva un sms. E’ del mio titolare. Lo riporto a memoria: “Scusa ma ieri pomeriggio ho fatto provare una ragazza e ho scelto lei. In bocca al lupo per tutto”. Strabuzzo gli occhi, forse ho letto male, no, ho letto benissimo. Allora ho interpretato male. Lo rileggo ma non c’è altro da capire se non quello che c’è scritto. Possibile? Sì, possibile. Lo rileggo ancora una volta, deve avere sbagliato destinatario, non posso essere io, c’è un errore. Lo chiamo immediatamente: “Scusi, il motivo di questo sms?”. “Sai, ieri pomeriggio ho fatto provare una ragazza e ho scelto lei, ciao e in bocca al lupo per tutto”, e riaggancia. Tutto qui.
Mi trasformo in una statua di sale. Arriva il mio collega, mi chiede se voglio un caffè ma non rispondo, non ho la forza per parlare. “Oh, stai bene?”, chiede lui. Gli allungo il mio cellulare e gli dico: “Leggi qui”. Lui non commenta, fa spallucce, non sa cosa dire, ovviamente. Sembra quasi in imbarazzo. Gli chiedo di questa tipa che è venuta a fare la prova e lui mi risponde che sì, è venuta una ragazza, ma ha solo parlato col titolare e poi è andata via. Quindi nessuna prova, niente di vero. La mia giornata è iniziata alle 8:50 e si è conclusa 25 minuti dopo, indegnamente, col cuore in subbuglio e il sangue che mi ribolliva nelle vene.
Io vorrei solo sapere se questi venditori di fumo a tradimento si rendono conto del danno che causano a chiunque creda alle loro parole. Mi aspettavo un minimo di onestà, di buon senso, ma soprattutto di correttezza professionale. Ma si può mandare un sms del genere dopo le premesse allettanti di cui sopra? Non so, ditemi voi cosa ne pensate, perché io devo ancora riprendermi.
Ai recensori (commentatori) anonimi
30 giu
“Un recensore anonimo è un furfante che non vuole rispondere di ciò che comunica. Negli attacchi il signor Anonimo è senz’altro il signor Mascalzone. Prima di tutto dovrebbe essere eliminato l’usbergo di ogni furfanteria, l’anonimato. [...] Ogni volta che si fa riferimento, sia pure di passaggio e magari senza biasimo, a un recensore anonimo, bisognerebbe servirsi di epiteti come ‘il vile pezzente anonimo’ o il ‘camuffato furfante anonimo’. Questo è davvero il tono conveniente e appropriato con cui apostrofare simile gentaglia, affinchè passi loro la voglia di fare quel mestiere.” (Arthur Schopenhauer)
Inno alla vita
29 giu
Forse credevano che cercassi la ragione, quando invece volevo soltanto stabilire la verità. L’ho fatto con tutti, fino a ieri. E ho sempre sbagliato sapendo di sbagliare, forse proprio perché credevo che gli altri fossero come me, non dico nel peggio – che è tanto – ma nel meglio. Quell’unico “meglio” che mi riconosco da sempre: l’incapacità di essere altro, anzi, di essere quello che gli atri avrebbero voluto io fossi.
Mi dispiace di avere deluso quanti credevano in una mia catarsi di cui, col senno di poi, ho capito di non aver mai sentito alcun bisogno. Sarebbe stata una ammissione di colpevolezza imperdonabile proprio quando tutti hanno colpe che non riconoscono nemmanco in punto di morte e nulla è imperdonabile. Ma bisogna capirli, gli altri. Fa sempre comodo un capro espiatorio sul quale riversare le proprie aberrazioni esistenziali, soprattutto se l’ovino è avvezzo a vederne e sentirne di tutti i colori. Si rischia di prenderci il vizio, come poi spesso accade.
Forma e sostanza, fuori dal contesto sociale, hanno un valore assoluto identico. Ma negli specifici ambiti della vita bisogna saperle bilanciare, perché tutto è relativo. Questo per dire che ci sono circostanze in cui la forma prevale sulla sostanza e viceversa, ma guai a invertire i piatti della bilancia quando farlo sarebbe meschino oltreché irragionevole, guai a volere a tutti i costi che le cose vadano come noi vogliamo. Si finisce col giocare sporco, con l’essere disonesti e col combinare casini inutili ma certamente esiziali. Fateci caso, non ho detto altro che quello che avviene tutti i giorni, a ogni ora, a ogni minuto, da sempre.
E da sempre fraintendiamo più o meno scientemente, dubitiamo o crediamo ciecamente, rifiutiamo o accettiamo, partiamo o abbandoniamo, perdoniamo o serbiamo rancore, nuotiamo là dove il mare è mosso o pretendiamo l’acqua nel deserto. Banalità e paradossi quotidiani che a lungo andare usurano la mente e fiaccano lo spirito, le intenzioni, i buoni sentimenti.
Tempo fa, in una mia simpatica intervista a Massimiliano Parente, lo scrittore, tra le altre cose, disse che “Una visione tragica e disperata della vita affligge qualsiasi essere umano che abbia un cervello”. La tragicità della vista sta anche in queste terribili incomprensioni che ne costituiscono la polpa.
Quindi, per concludere, mi domando e vi domando a che serve andare incontro agli altri, tentare di persuaderli, ricucire rapporti che nel tempo si lacerano sempre di più, assumere comportamenti stupidi e indegni di un essere umano solo per vincere una battaglia che non porterà a nessuna conquista se non a una misera ipertrofizzazione del proprio ego? Ma vi rendete conto di quanto siamo ridicoli? Avete contezza di quanto sia inutile appagare l’altro a discapito nostro? E per cosa? Certo, l’Amore ci salverà! Ma che amore è quello in cui la vita, quella che vi ho descritto sopra, entra a gambe tese un giorno sì e l’altro pure?
Ecco, vorrei essere come Diogene, ma non per migliorare moralmente la società, di cui me ne fotto altamente, bensì per sentirmi veramente libero. Vorrei vivere come i cani, non lavarmi, cacare in mezzo alla strada, pisciare sui muri, mangiare per terra, disimparare la buona creanza, essere schietto e triviale, scopare quando ne ho bisogno, dormire dove capita e vivere in me stesso.
Siate realisti, illuminatevi. Fatelo contro le radici stesse del vostro essere, così proteso verso il nulla.
Siate soli. Siate liberi.
