Occhi chiusi

Da poco tempo a questa parte, più o meno da due settimane, sto rimettendo in discussione me stesso partendo dal di dentro. Non mi interessa rimodellarmi fuori, l’unico modo per fermare il tempo è togliere le pile dall’orologio, con buona pace del botox e della chirurgia plastica.

Ciò che ha scatenato questa profonda e insistente presa di (in)coscienza è la lettura di un libro di cui vi parlerò nel prossimo post, appena avrò finito di leggerlo. Alcuni di voi sanno già di cosa sto parlando perché non ne ho fatto mistero con nessuno e anzi ho consigliato questo romanzo a chiunque avesse voglia di rivoltarsi come un calzino.

Posso solo dirvi che è il libro che cercavo da 37 anni. Certe letture, se non fine a se stesse, hanno il potere di disvelare verità che tenevamo ben nascoste e che invece tornano prepotentemente a imporsi di fronte ai nostri occhi accecati dalle luci psichedeliche dell’esistenza e delle sue romantiche diramazioni.

Non è, questa, una buona occasione per aprire gli occhi, anche perché “aprire gli occhi” significa aprirli sull’esistenza e quindi meglio tenerli ben chiusi possibilmente finché morte non sopraggiunga. Sai quanti cazzi in meno.

Tanto qui è tutto un ricacciare cose stradette e strasentite e non se ne può più di tutti questi scrittori che invece di narrare dovrebbero tacere partecipando contriti  al funerale dell’esistenza e della letteratura, droga da sempre sottovalutata.

Scriverò anch’io? Può darsi. Ma lo farò per soldi e perché l’ho promesso a mia figlia. E magari con le stesse pagine del mio libro mi ci pulirò il culo. Amen.

Da poco tempo a questa parte, più o meno da due settimane, sto rimettendo in discussione me stesso partendo dal di dentro. Non mi interessa rimodellarmi fuori, l’unico modo per fermare il tempo è togliere le pile dall’orologio, con buona pace del botox e della chirurgia plastica.

Ciò che ha scatenato questa profonda e insistente presa di (in)coscienza è la lettura di un libro di cui vi parlerò nel prossimo post, appena avrò finito di leggerlo. Alcuni di voi sanno già di cosa sto parlando perché non ne ho fatto mistero con nessuno e anzi ho consigliato questo romanzo a chiunque avesse voglia di rivoltarsi come un calzino.

Posso solo dirvi che è il libro che cercavo da 37 anni. Certe letture, se non fine a se stesse, hanno il potere di disvelare verità che tenevamo ben nascoste e che invece tornano prepotentemente a imporsi di fronte ai nostri occhi accecati dalle luci psichedeliche dell’esistenza e delle sue romantiche diramazioni.

Non è, questa, una buona occasione per aprire gli occhi, anche perché “aprire gli occhi” significa aprirli sull’esistenza e quindi meglio tenerli ben chiusi possibilmente finché morte non sopraggiunga. Sai quanti cazzi in meno.

Tanto qui è tutto un ricicciare cose stradette e strasentite e non se ne può più di tutti questi scrittori che invece di narrare dovrebbero tacere partecipando contriti  al funerale dell’esistenza e della letteratura, droga da sempre sottovalutata.

Scriverò anch’io? Può darsi. Ma lo farò per soldi e perché l’ho promesso a mia figlia. E magari con le stesse pagine del mio libro mi ci pulirò il culo. Amen.

La lentezza molesta dei pedoni sulle strisce zebrate

E poi ci sono quelle persone che attraversano le strisce pedonali con una flemma e una indifferenza tali, che quasi vorresti scendere dalla macchina per prenderle a calci nel culo. Perché loro non si limitano a procedere a passo di formica, no, loro fanno di più, loro guardano il cielo, poi una casa o un gatto o un foglio di carta che il vento trascina via. Ma solo a metà dell’attraversamento si ricordano di te, potenziale omicida a bordo di una piccola utilitaria, e ti guardano con aria di sfida, perché non pensarci nemmeno che accelereranno il passo, no, scordatelo pure, loro non hanno fretta, capito? E non gliene importa nulla se stai per avere un travaso di bile o un infarto o una gastroenterite cronica a somatizzare un odio ancestrale verso la lentezza molesta e criminale di chi pensa solo ai cazzi suoi. Allora vale proprio la pena di investirli con sommo gaudio e letizia, per poi fare macchina indietro e ripassargli sopra con maggiore soddisfazione, poi ancora avanti, indietro, avanti, indietro, avanti, indietro, avanti, indietro, avanti, indietro, avanti e indietro fino a quando non senti dentro di te una pace oltremondana, una serenità ascetica, un ritorno alle orgini uterine, al silenzio del nulla.

Sono ingenuo, quindi scrivo

E’ che provi a leggere Gadda e ti viene voglia di appendere la penna al chiodo. Non pago, scorri anche il suo curriculum, e la penna non può che nebulizzarsi. Questo è quanto accade ogniqualvolta ci si imbatte in mostri sacri della letteratura universale. Quindi, ancora oggi, mi domando come ci si possa cimentare nella scrittura di un romanzo o anche solo di un ricettario senza aver letto e compreso o almeno frainteso opere letterarie imprescindibili.

Perché anche la banalità necessita di essere rappresentata con un certo spessore letterario, e non è di sicuro alla portata di tutti. Altrimenti si pecca di superficialità spacciata per buoni sentimenti. Infatti, non di rado accade che quando la critica più o meno accreditata rimproveri a “uno che scrive” di non essere uno scrittore, facendogli così intendere che sarebbe quanto meno opportuno investire il proprio presunto talento nella lettura dei tarocchi, questi si schermisce dietro un velo di melliflua ingenuità (l’ingenuità si perdona a prescindere), avanzando motivazioni del tipo “Ma io non ho alcuna pretesa, amo la semplicità e scrivo ciò che sento”. Successo garantito.

Nostalgia di un manrovescio

Hm…, mi verrebbe da dire. E’ così che in questi giorni rispondo a chiunque mi chieda “Come stai?”. Ma poi, perché chiederselo? A cosa serve? Stiamo come stiamo, ognuno ha i suoi inciampi ed è bene non reificarli ogni santissima volta. Sarà anche una forma di cortesia, un automatismo incontrollabile, ma diamoci un taglio. Chiedetemi piuttosto come non sto.

Mancano appena 11 giorni al Natale. Sono indeciso se buttarla sull’autoironia isterica con tanto di trucco e parrucco oppure se lasciar trapelare ogni minima vibrazione dell’anima. Nell’attesa, beccativi questo brevissimo post.

Anna è tornata a casa sua, siamo rimasti io e Sarina, soli soletti a farci compagnia. L’accappatoio di mamma è ancora al suo posto, lo usa Saponetta quando la domenica mattina, alla 6 e 30 in punto, decide di volersi fare la doccia. E io lì a fare la guardia, con immenso piacere, ovviamente.

Vivere questa circostanza non è affatto una passeggiata. Mi dispiace per quanti amano il Natale, ma vorrei che passasse in fretta.

Non è Natale se non c’è anche Lei. Non che facessimo grandi cose insieme, ma Lei c’era, sapevo dove trovarla nel caso in cui ne avessi avuto bisogno, anche solo per farle gli auguri. Era un link nella mia mente da cliccare in caso di necessità, e subito Lei appariva fisicamente o ero io a raggiungerla al telefono. C’era.

Ecco, ciò che ricordo con vividezza è la sua voce in tutte le sue varianti. Quand’ero piccolo la temevo, e ogni tanto mi dava qualche bella spazzolata tanto per ripristinare le gerarchie domestiche. Ricordo che in terza elementare mi assestò accidentalmente un manrovescio proprio sull’occhio, colpendomi con l’anello che aveva all’anulare. Cominciai a piangere disperato. Lei stette male non so quanti giorni a causa dei sensi di colpa. Non di rado, negli ultimi anni, raccontava questo aneddoto facendo proprio riferimento alla pena che aveva provato per quel ceffone malriuscito, e poi tutti a ridere.

Paradossalmente, mi mancano anche quelle sberle. Non voglio rattristarvi, concludo qui. Un abbraccio.

Fermo

Non mi bastano più, le parole.
I fatti sono nulla accanto alle piene dei miei sensi traboccanti.
Ti incarno: osso dentro osso, pelle nella pelle, bulbo nel bulbo.
Implodo di tenere carezze di sale e sudore e cispo negli occhi appena schiusi.
Non indosso più il pigiama per dormire.
È qui che mi sono fermato.

Prospettiva emotiva

E’ così che vedevo la mia vita, così come ognuno vedeva la propria: in prospettiva. Ogni corpo, oggetto o immagine che avevo difronte non era altro che una sua distorsione visiva nello spazio, una rappresentazione deformata della sua fisicità che si perdeva in un imbuto prospettico rovesciato. Ma il dolore, al contrario, aveva il suo punto di fuga principale giù in basso, così che ogni pensiero marcio amplificava la sua dimensione emotiva. E io morivo non una ma cento volte.